Cinema Europa

via Marconi 6 - Amandola

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Regia: Giuseppe Bonito; sceneggiatura: Monica Zapelli e Donatella Di Pietrantonio; fotografia: Alfredo Betrò; scenografia: Marcello Di Carlo; costumi: Fiorenza Cipollone; montaggio: Roberto Missiroli; musiche: Giuliano Taviani e Carmelo Travia; con: Sofia Fiore, Carlotta De Leonardis, Vanessa Scalera, Fabrizio Ferracane; nazionalità: Italia; durata: 113’

L'arminuta

giovedì 21 - venerdì 22   ore 21:30
sabato 23   ore 19:15 - 21:30
domenica 24   ore 17:00 - 19:15 - 21:30


Sinossi
Estate 1975. Una ragazzina di tredici anni viene restituita alla famiglia biologica cui non sapeva di appartenere, divenendo così “l’arminuta” cioè la ritornata. All’improvviso perde tutto della sua vita precedente, passando da un’agiata esistenza piccolo borghese e dall’affetto esclusivo riservato a chi è figlio unico, a una vita nelle campagne abruzzesi in cui regnano la povertà e la mancanza di cultura.

La critica(..) Tutti questi elementi narrativi, seminati in sede di sceneggiatura con molta arguzia, sono degli ottimi spunti di riflessione sui più strati: il film non si riassume, quindi, come una semplice critica sociale, ma ha altre sfaccettature decisamente più importanti e impattanti per lo spettatore. Si parla del ruolo della maternità, della strazio e del dolore causato dalla perdita, dell’amore che, a seconda del contesto, è espresso attraverso atteggiamenti diversi, ma ugualmente votati al bene incondizionato. Il copione, inoltre, lavora molto bene sul dialetto popolare e sulla dizione, usandola spesso come arma di discrimine delle due realtà presentate: in questo senso, il valore del linguaggio è importantissimo. (...) La mano di Giuseppe Bonito, inoltre, dialoga con una fotografia espressiva che sfrutta i colori primari per differenziare gli ambienti: la stessa protagonista indossa sempre abiti di colori sgargianti e luminosi mentre tutti i membri della sua nuova famiglia, indossano vestiti scuri, quasi a manifestare una rigidità che oltre ad essere di costume si ripercuote anche sui comportamenti e gli atteggiamenti. Tutto questo impianto simbolico, dalle separazioni contenutistiche ai differenti stacchi cromatici, è costruito affinché sia comprensibile  in modo semplice e didascalico, così da fornire al pubblico più chiavi di lettura alle quali appellarsi.
Nell’analisi è necessario anche parlare dell’ottima caratterizzazione dei personaggi e di quanto il racconto passa attraverso l’azione degli stessi, motori della storia in tutto e per tutto. La complessità della loro costruzione si vede già a partire dai loro gesti e dalla loro trasformazione nel corso della pellicola, che avviene anche grazie all’eccezionale cast coinvolto, tra i quali spiccano Fabrizio Ferracane, Elena Lietti e Vanessa Scalera. Nota di merito per l’esordiente Sofia Fiore che ha dimostrato di sapersi muovere agilmente sul set, dimostrando una maturità recitativa impressionante nonostante la giovane età, ovvero 14 anni, solo un anno in più rispetto agli anni di finzione scenica. (...)
L’arminuta è una pellicola notevolissima che spinge la realtà cinematografica italiana su alti livelli: la regia di Giuseppe Bonito, matura ed elegante, riesce ad esprimere, con semplici e chiari passaggi, la complessità del romanzo di riferimento, utilizzando parecchie immagini esplicite e rimarcando più volte l’argomento centrale del film, il distacco tra ambienti sociali differenti. La sceneggiatura, seguendo a doppio filo la macchina da presa, evoca un’alienazione sia di forma (con l’utilizzo di diverse forme di linguaggio) che contenuto, descrivendo perfettamente la condizione psicologica della protagonista, una ragazzina che ha una crescita esponenziale all’interno della sua vita e che figura come la perfetta narratrice dell’intera realizzazione. (Massimiliano Meucci - www. cinematographe.it)

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Regia: Roberta Lena; sceneggiatura: Alfredo Covelli, Roberta Lena; montaggio: Claudio Cormio; con: Cristiano De André, Dori Ghezzi, Filippo De André; nazionalità: Italia; durata: 94’

DeAndré#DeAndré - Storia di un impiegato

lunedì 25 - martedì 26   ore 21:30

Sinossi
De André#De André - Storia di un impiegato è la storia di un disco che si fa spettacolo teatrale e poi cinema. È la storia di un figlio che interroga il padre e il suo patrimonio rintracciando la loro intimità, i loro fantasmi, i loro ricordi.

La critica

(...) È la storia di un impiegato, certo, ma quella del film è anche un’indagine sensibile su Cristiano, figlio ‘maggiore’ di Fabrizio De André. È lui a portare la fiamma del padre, a offrire al pubblico un film d’amore senza trucchi, un monologo interiore, col suo fervore, le sue ferite, le sue confidenze, i suoi tentatavi di risalire la superficie da un mare blu e profondo.
Segreto e limpido, trattenuto e aperto, a immagine del documentario, Cristiano De André ha bisogno di un altro testa a testa col genitore, quasi volesse fargli intendere, ovunque lui sia, l’importanza che ha avuto per lui. E c’è ancora tanto amore da spendere per quel padre, c’è un tale spazio di sacralità intorno a Fabrizio, a cui Cristiano custodisce intatto il ‘tempio’ (Pausania). (...)
Arrangiato come un’opera rock, “Storia di un impiegato” risveglia le coscienze e mette in scena Cristiano De André e i suoi conflitti, la sua nostalgia per una stagione precedente. De André#De André. Storia di un impiegato è in fondo la storia di un figlio che convoca il padre. Un padre che attraverso la sua vita e la sua musica ha dimostrato che la vita può aver un senso. Cristiano diventa erede di quel senso (alto e altro), facendo il viaggio e interpretando in modo nuovo quello che ha ricevuto. Non è soltanto una figura della nostalgia ma la cassa di risonanza (letteralmente) dell’opera del padre, dei loro scambi, della loro prossimità, qualche volta complicata, qualche altra chiara come “l’acqua della chiara fontana”.
L’introversione melanconica dell’artista si scioglie in un dialogo ideale col pubblico a cui consegna rinnovato il patrimonio paterno. A confermare la sua volontà è l’hashtag del titolo, che rispetta la semplice regola dell’universalità. È un contenitore di significati per comunicare con un pubblico più vasto, per rintracciare e condividere un ‘soggetto di interesse’ radicato nella nostra cultura e ficcato nei “larghi occhi chiari” di Cristiano. Un figlio d’arte e d’amore attraversato dal maestrale e da “tutta quella musica che non lo lascia andare, che non si dimentica”. (Marzia Gandolfi - www.mymovies.it)

(...) La narrazione di Cristiano, che ora ha raggiunto l’età che aveva il padre quando morì, pigia forte senza timore alcuno sull’acceleratore dell’emotività regalando un ritratto molto profondo della loro relazione senza lesinare aneddoti. Nella sua ricostruzione dei fatti Cristiano non fa sconti, soprattutto a se stesso, e rivela con l’angoscia del caso di cercare comunque di dimenticare parte di un passato che è stato per lui molto doloroso.
Dove invece il figlio abbraccia completamente la figura del padre e non può che ammirarne il genio e il talento è sul testamento musicale che questi ha lasciato e che sente in qualche modo di avere avuto in eredità. Da lì è nata la necessità, l’estate del 2018, di presentare in tour “Storia di un impiegato” che Cristiano De Andrè ritiene sia molto legato al tempo che stiamo vivendo e che quindi sia del tutto attuale. (Paolo Panzeri - www.rockol.it)